Jesse Owens e le Olimpiadi del ‘36: quando lo sport diventa storia

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Lo sport è mondo intenso, vivo e unico: emozioni irripetibili e amare delusioni, punti messi a segno e occasioni perse, vecchi metodi e intuizioni geniali, attaccamento al passato e avanguardia, gesti casuali edeffetti voluti, solidarietà e competizione. Lo sport è storia. E come la storia, è soggetto a un continuo divenire e susseguirsi di momenti ed eventi che ne hanno cambiato le fondamenta, la sostanza, lo spirito e le prospettive.E come la storia, ha avuto, ha e avrà sempre una risonanza culturale e un impatto sociale non indifferenti. In pochi universi l’empatia esiste, e in pochi universiquell’empatia è generatrice di collettività, spirito di aggregazione e sorprendente unione. Lo sport è proprio uno di quei rari universi.

Di momenti sportivi memorabili, ne abbiamo perso il conto. Di quelli che lasciano un’impronta indelebile nella storia di chi dello sport ha fatto la propria essenza di vita, ma anche nella storia di chi losport lo ha guardato con il cuore in gola e lo stomaco sottosopra: atleti e pubblico, le due facce diverse ma complementaridi un’unica, scintillante medaglia. O forse, di innumerevoli medaglie! E vorremmo poter dare il giusto peso e la giusta misura a ogni singola medaglia, ma forse tutte pesano – pur sempre in maniera diversa – allo stesso modo e hanno una portata analoga. Cerchiamo quindi di fare ordine in quel gran cassetto dei ricordi che lo sport ci ha, senza pretese, regalato e di mettere a fuoco uno deimomenti sportivi più impattanti e (s)travolgenti della storia: i 4 ori di Jesse Owens, il nero che incantò Hitler mettendo a tacere il razzismo in territorio nazista.

Background: Olimpiadi di Berlino 1936, tra ideologia e strategia – Se le Olimpiadi moderne, nate dalla mente di De Cubertin a fine ‘800, vedono come fine primo e ultimo la fratellanza tra le genti e il riscatto umano, quelle del ‘36 incarnano la strumentalizzazione dello sport ai fini politici. Esclusa dai giochi olimpici dal CIO perché ritenuta vero paese responsabile della prima Grande Guerra, la Germania rientra combattiva e fiera in scena nel 1925, dopo essere stata riammessa. Sei anni dopo, Berlino vince su Barcellona con 43 schiaccianti voti contro soli 16, ampiamente sostenuta da Goebbels – allora ministro della propaganda del governo nazi di Hitler, che farà della città il fiore all’occhiello di una manifestazione di massa più politica che sportiva. Fiumi di denaro stanziati per lasciare il mondo intero a bocca aperta con oltre 3000 trasmissioni radiofoniche, televisive (le prime in assoluto), giochi spettacolari e strutture da urlo. Accesso libero a tutti – ebrei compresi – per compiacere le voci critiche di chi al nazismo diceva no, cartelli razziali aboliti dalla scena, un numero di successi consistente per gli atleti tedeschi, che per la prima volta ottengono complessivamente 33 ori, 26 argenti e 30 bronzi davanti a USA e Ungheria.

Jesse Cleveland Owens: un umile smacco al regime del Führer – È su uno sfondo fortemente ideologico ed esageratamente subdolo che prende forma una vittoria umile, inattesa e meritata – per quanto non troppo felicemente accolta – che avrebbe segnato la storia dellosport mondiale. Contro ogni aspettativa, infatti, è Jesse Owens, atleta afroamericano di soli 23 anni, a cavalcare la scena delleOlimpiadi tanto volute dai tedeschi, con ben 4 medaglie d’oro: 100 m, 200 m, staffetta 4×100 m e salto in lungo. Talentoinnato per lo sport, Owens nasce a Oakville, Alabama, in condizioni di povertà tali da obbligarlo a restringere il suo enorme potenziale sportivo all’atletica leggera – unica disciplina economicamente sostenibile in quanto priva dell’utilizzo di attrezzature. Negli Stati Uniti, siamo all’apice della segregazione razziale e della Grande Depressione: Owen, costretto a barcamenarsi tra discriminazione ed emarginazione, si sposta in Ohio, dove alterna lavoro presso un negozio di scarpe e allenamenti di corsa e salto in lungo. Ebbene, è proprio un afroamericano figlio di contadini a salire sul podio in territorio tedesco non una, ma ben 4 volte, sbattendo – senza premeditazione alcuna – in faccia la vittoria alla perfetta e superiore razza ariana. La reazione del Leader tedesco è una maschera pallida, a metà tra fastidio e vergogna, tanto da portarlo ad abbandonare il balcone della tribuna onde evitare di assistere alla premiazione finale e a non stringere la mano al pluripremiato Owens – segno di non riconoscimento.

Luz Long e Owens: perché lo sport, in fin dei conti, è nato solidale – Episodio che fa ulteriormente impallidire Hitler, ma che a noi riscaldail cuore, quello che vede Luz Long – atleta tedesco biondo e alto dall’aspetto tipicamente ariano,nonché cavallo di punta del Leader tedesco – aiutante onesto e decisamente controcorrente del suo avversario nero. È proprio Long infatti, emblema di una solidarietà e di un’intesa che forse solo nello sport potevano manifestarsi a quell’epoca, a spingere Owens verso la qualificazione alla finale di salto in lungo, con un generoso e decisivo consiglio sul punto di stacco ideale per effettuare un salto valido: Owens non solo si qualifica in finale, ma supera Long con un salto di ben 8.60 m contro i 7.87 del tedesco. Nel corso della manifestazione olimpica, Luz e Jessehanno messo su un legame che va al di là dell’odio razziale e della competizione spietata, e Luz non si smentisce quando – sul podio – stringe la mano a Jesse con forse un briciolo di dispiacere, ma senza rimpianto alcuno.

La vittoria di Owens oggi: meritocrazia e lotta antirazziale – Jesse Owens lo ricordiamo oggi non solo come vincitore di 4 ori. Lo ricordiamo come simbolo di tenacia e perseveranza (di vita e di sport), come incarnazione vivente di quei traguardi che si possono tagliare anche quando il mondo sembra volerti tagliarti le gambe, comeco-protagonista insieme a Hitler di una contrapposizione tra potere megalomane e riscatto umile, e insieme a Luz Long di quell’unione sincera e solidale che lo sport ispira e alla quale lo sport stesso è ispirato, come protettore di un valore dello sport che tiene a bada gli abusi e le strumentalizzazioni cui lo sport rischia di essere soggetto, come emblema della lotta alladiscriminazione razziale in un momento storico critico e ostile.

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